Salta la navigazione

A Studio Aperto è andato in onda un servizio sui provvedimenti in materia di sicurezza che il nuovo esecutivo ha intenzione di emanare, pare, già dal primo consiglio dei ministri. Il decreto prevede un pacchetto di norme nelle cui intenzioni dovrebbe limitare i numeri dell’immigrazione irregolare, introducendo un nuovo reato ad hoc, arrestando i clandestini che sbarcano sulle nostre coste, clandestini che, prima di subire un regolare processo, la cui condanna quantificata in un espulsione diventerà la regola, sarebbero condotti all’interno dei cpt, considerati non più centri d’accoglienza, ma vere e proprie prigioni per criminali legati alla clandestinità. E’ inoltre previsto che tali prigioni aumentino la loro presenza sul territorio nazionale. Verranno ampliati i controlli sul mare, monitorando anche parte di acque internazionali, oltre i nostri limiti giurisdizionali. Anche il trattato di Schengen - la circolazione dei membri comunitari all’interno dell’Europa senza che vi siano controlli da parte delle forze dell’ordine - può essere messo in discussione.

Sono poi seguiti, tra l’altro: un servizio sull’arresto di una giovane donna rom che aveva cercato di rapire un neonato sotto gli occhi attoniti della madre; alcune interviste ad amici e conoscenti del ragazzo ucciso a Verona, rigorosamente incappucciati e di spalle alle telecamere; un terzo servizio su come i cittadini siano preoccupati dalla sicurezza delle loro città.

Chiaro, no? Aggiungiamo un altro tassello.

Ieri, a Tv Talk, Myrta Merlino, conduttrice di Economix, ha indicato tra le cause del crollo degli ascolti del Dr House il fatto che il telefilm in questione sia un programma raffinato, d’élite, adatto ad una rete più di nicchia rispetto a Canale 5 e questo dipenderebbe dai temi trattati, ma soprattutto da come vengono trattati. House è un medico cinico, ateo, autolesionista e tossicodipendente, politicamente scorretto, senza riserve verso i suoi pazienti (nell’ultima puntata urlava “Dov’è quell’ebrea?”, giusto come summa). Fanno da contraltare I Cesaroni, una serie de’ noartri, giunta al termine della seconda edizione. Protagonista una famiglia di romani de’ Roma, una famiglia allargata formata dall’unione tra il romanissimo Amendola e rispettivi pargoli (tutti maschietti) e la toscanissima Sofia Ricci e rispettivi pargoli (tutte femminucce), dalla madre di lei, dal fratello di lui e dalla moglie di quest’ultimo. Una famiglia che deve affrontare diverse crisi, su tutte l’infarto di Amendola provocato dalla scoperta che il suo giovane ed ormonalmente carico figlio se la fa con la giovane ed ormonalmente carica figlia della moglie. Crisi tutte risolte con un bel sorriso sulle labbra, ché la famiglia deve essere unita, nonostante le difficoltà. Perché I Cesaroni hanno avuto un successo in crescendo, mentre quello di Dr House è andato progressivamente calando? La colpa (e il merito) principale è da ricercare nei programmisti del palisensto della rete ammiraglia di casa Mediaset. House è stato bistrattato, prima dalle repliche della seconda e della terza stagione, poi dal continuo cambio di giorno della messa in onda, poi dagli annunci pubblicitari che lasciavano intendere che avrebbero trasmesso due puntate inedite alla settimana, aspettativa che è stata puntualmente delusa dai fatti. I Cesaroni, al contrario, sono sempre andati in onda lo stesso giorno con due puntate alla volta, fatta eccezione per le ultime settimane che, non solo hanno visto uno slittamento dal venerdì al giovedì, ma anche la riduzione ad una sola puntata per fare da traino all’ennesima serie de Un ciclone in famiglia. E perché quelli di Canale 5 hanno compiuto queste scelte di parte? Secondo la Merlino dipenderebbe dal fatto che a Canale 5 si vuole veicolare un messaggio positivo. Ci sono difficoltà economiche nel Belpaese? Il cittadino medio fa fatica ad arrivare a fine mese? A raccimolare i soldi per il mutuo? E, allora, perché tartassarlo con vicende cupe e dolorose, con malati colpiti dalle malattie più gravi e curati da un medico burbero che non sembra nutrire particolare pietà nei loro confronti? L’italiano medio ha bisogno di distrazioni dalla sua disgraziata condizione e, allora, perché non trasmettergli il messaggio di una famiglia spensierata, non quella del Mulino Bianco, no, quella non esiste più e, se mai è esistita davvero, non è credibile; diamo allo spettatore una famiglia moderna, di divorziati, sì, ma uniti nelle loro nuove vite. C’è una difficoltà da risolvere? Armiamoci prima di un bel sorriso, poi di un pizzico di ironia, non per forza romanesca, e poi sediamoci ad un tavolino tutti, genitori, figli, nonni, zii, cani, ché solo alla morte non c’è rimedio. Aggiungiamo quel tanto di torbido - un pseudo incesto potrebbe andare? Ma sì -, ché agli italiani piace guardare dal buco della serratura, ed il gioco è fatto. Un successo clamoroso.

Chiaro, ora la scelta della scaletta di Studio Aperto? Il telegiornale è uno dei principale mezzi d’informazione in Italia, da noi non piace leggere e la diffusione di internet è ancora troppo scarsa. Le 12,30, poi, sono un orario strategico: l’impiegato e l’operaio medio hanno la pausa pranzo a quell’ora e di domenica si guardano le notizie aspettando che lo sfornato e le patate escano dal forno.

Il governo ha deciso di prendere dei provvedimenti in merito ad un maggiore controllo sull’immigrazione clandestina. Lo staff di Studio Aperto non si chiede se sia una decisione positiva o meno. Lo staff di Studio Aperto decide di appoggiare senza esclusioni la scelta dell’esecutivo. Il governo Berlusconi ritiene che la clandestinità sia uno dei principali problemi dell’Italia del 2008 e allora è necessario appoggiare questa tesi, avallarla. E’ un operazione che non richede molto impegno, basta pescare nella cronaca. La rom che tenta di rapire un bambino giustifica la rinegoziazione del trattato di Schengen (chi c’era al governo quando la Romania è entrata in Europa?); il ragazzo veronese ucciso da un branco di vigliacchi giustifica un maggior potere da attribuire alle autorità locali, chissà, forse anche un maggior controllo legalizzato sui giovani; le città sono meno sicure a causa della presenza di “marocchini” nelle nostre comunità. L’immigrato è la causa di tutti i mali. La gente se ne accorge? No? Sì? Sì, ma non in modo sufficiente? Allora tempestiamoli di notizie a riguardo; veicoliamo il messaggio che la sinistra liberale ha portato il Paese alla anarchia - è o non è stato Prodi a portarci in Europa? A mettere sullo stesso piano noi e i rumeni? -, che tutti questi immigrati e la delinquenza che loro portano in casa nostra non ci sarebbero stati se Berlusconi fosse stato alla cabina di comando anche negli ultimi due anni. Ne è consapevole l’italiano medio? E’ consapevole che a delinquere sono loro? No? Allora, bombardiamolo con la cronaca più becera, facciamogli vedere il peggio degli immigrati, alimentiamo i cliché più bassi che siamo riusciti a produrre come società: vengono qui a rapire i nostri figli, a vendere loro della droga, a stuprare le nostre mogli, a portarci via il lavoro, a chiudere le nostre chiese per piazzarci dei minareti al loro posto. Che se ne stessero a casa loro. E ben venga colui che riesce a mandarli via a calci in culo.

Ho sognato che Silvio vinceva le elezioni, che Renato Giuseppe veniva nominato Presidente del Senato, Gianfranco della Camera, Gianni veniva osannato da una marea di saluti fascisti e Umberto, al Ministero delle Riforme, metteva in moto la secessione de facto.

E’ proprio vero che durante le feste si mangia l’impossibile e poi la digestione lenta turba il sonno.

Zdora muore (?) dalla voglia di conoscere sei cose che mi rendono felice; vediamo di accontetarla.

  1. Guardare la gatta che si lava; soprattutto quando si lecca prima la zampetta, poi se la passa sulle orecchie; non so perché, ma lo trovo rilassante.
  2. Sdraiarmi in balcone con una coperta, cuscini, un libro ed un succo di frutta; ma non sempre, eh, solo verso la mezza stagione, al passaggio tra la primavera e l’estate, metà maggio, circa; quando ancora non ti puoi mettere in maniche corte, ma inizi già a respirare il caldo. A volte mi addormento anche. Mal di schiena e mal di testa assicurati, ma ne valeva la pena.
  3. Il vento. Quello tiepido, s’intende sempre, né troppo freddo né troppo caldo; mi trasmette un senso di libertà.
  4. Il gelato. Un classico. Alla crema e stracciatella.
  5. Stare seduto su di una panchina al parco a guardare la gente passare e provare ad immaginare cosa accade nelle loro vite. Per lo più sono tutte spie della CIA. O KGB. O entrambi.
  6. Le altalene che non cigolano. Saranno cinque o sei anni che non ci salgo sopra.

E Marco prese la catena, la spezzò e disse: “Prendete e abbiatene tutti…” (visto da lei).

Ci sono alcune cose riguardo la rete che sono fuori dalla mia comprensione e che, credo, neanche un’anima pia disposta a spiegarmele riuscirebbe a mettermele in testa.

Una di queste è il funzionamento di Google. O meglio, il modo in base al quale Google decide di stilare la graduatoria dei link. Esempio, se cerco Alba Parietti (che, ultimamente, si è trasformata nella mia password preferita e predefinita, per inciso), perché mi appare prima la pagina di Wikipedia che il sito ufficiale? Quale logica segreta determina il predominio della Wiki sull’ufficialità? Allo stesso modo, se cerco delle immagini sul senso di colpa, perché fa la sua comparsa un lemure? Durante biologia non ero molto attento, ma non mi risulta che l’animale dal buffo naso sia famoso per il suo proverbiale timore di dio, no?

Altra questione sono i termini di ricerca di un blog. Da un paio di mesi, chi arriva qui sta cercando informazioni sulla Muraglia Cinese. All’inizio pensavo che qualche profesoressa avesse commissionato un tema sull’argomento, col tempo mi sono accorto che il numero dei visitatori cinacuriosi non diminuiva, anzi. Non solo è aumentato, ma in alcuni giorni è l’unico referente presente. Il problema è che io scrissi un post proprio un anno fa che aveva sì come argomento i cinesi, era sì presente un’immagine della Muraglia, ma era costituito dalla bellezza di tredici parole. Tre di ci. Il mio ego è sottoterra.

Infine, c’è la questione Twitter. Negli ultimi 15 giorni si sono iscritti agli aggiornamenti del mio profilo ben sei persone (lo so, mi arriva una mail ogni volta che). Per qualcuno potrebbe sembrare un numero irrilevante, per me è esagerato ed incomprensibile, dal momento che, dal giorno della sua creazione, il 9 dicembre 2006, ad oggi, ho inserito due, e dico due, commenti. Come dire, è morto, caput, abbandonato a se stesso nei meandri dei server della California. Allora, cara lettrice e cari lettori, ma che cazzo vi leggete?

Io confessoL’ho fatto.

Sono artefice di una cosa che qualunque persona un minimo sana di mente non dovrebbe mai compiere nella propria vita e, men che meno, fissarlo nero su bianco su di un blog. Il problema è che non mi sono mai del tutto liberato dal senso di colpa ché ho bisogno di trovare un modo per confessare. Non divaghiamo.

L’ho fatto. Ho approfittato della mia posizione lavorativa per scoprire che fine avesse fatto un’ex.

Ora, all’apice dei nostri momenti più interessanti, la nostra era capo chef in un prestigioso hotel in città; oggi, riscalda panini part time in bar che definire squallido sarebbe un complimento, ma questa è la nomea che ha il luogo, forse non del tutto meritata, ma, sapete come si dice, no?, in ogni leggenda, eccetera eccetera. Il locale in questione, tra le altre cose, si trova nelle vicinanze della casa di un caro amico; roba che almeno una volta alla settimana ci passo a fianco. Anvedi il destino.

A questo punto, la domanda è: la prossima volta che vado dall’amico di cui sopra, anticipo l’uscita di qualche ora e mi faccio un caffé, putacaso, proprio in quel bar? Lo farei per fare una buona azione, che pensate? Ché lo spirito della crocerossina svizzera nipote del re langue nel mio profondo e sta cercando di emergere.

Lo farei solo per quello, sia ben chiaro.

Il partito che ho votato sia in Camera che non in Senato non ha passato la soglia di sbarramento, il che significa che non ho rappresentanti in Parlamento. In compenso, Ferrara si è fermato sotto lo 0.4% ed ammette la sconfitta (la “catastrofe”), la Santanché sottolinea che un milione e mezzo di voti è da considerarsi un ottimo risultato (Daniela? Hai capito, dài; tira fuori un po’ di classe e manda giù; il rospo, s’intende). La Lega ottiene un numero spropositato di voti; la Sinistra Arcobaleno crolla e Bertinotti annuncia il ritiro; l’UDC si prende le ultime briciole. Chiesaioli, xenofobi, il servilismo è il nosro pane quotidiano, ci piace identificarci con chi ha in mano il potere, disposti a chiudere tutt’e due gli occhi pur di raggiungere i nostri scopi, siamo collegati con la mafia? Non direttamente, ma si è sempre fatto così e così si continuerà a fare. Sempre. Non c’è via di fuga. La destra va al governo e fa cose da destra, la sinistra va al governo e cerca di fare il meno peggio. Non viene messo in discussione il conflitto d’interessi, non si riasetta la Rai, non si butta via la zavorra dell’Alitalia e della Fiat. Non vorrai mica mandare a casa tutte quelle persone? Non vorrai mica investire in nuove realtà? Ché la situazione politica non è delle migliori, ché non vogliamo disturbare il can che dorme, ché la figlia di un amico di tua moglie che lavora proprio lì ce l’abbiamo tutti. E si va avanti così, fino allo stremo. Quando c’era il Duce, sì che si stava bene; tornassero quei tempi. Ed è inutile che ti chiedi, ma come? Non si accorgono a chi stanno dando il loro voto? Non si accorgono che ci sta infilando un coltello dritto nel costato, un coltello che abbiamo comprato con i nostri soldi, l’abbiamo lavato, asciugato e gliel’abbiamo messo in mano? Prego, prenda pure. Vuole anche una tazza di caffé? O preferisce del tè? Prenda, prenda… Come dice? Non le devo dare certo l’autorizzazione per ottenere quello che vuole? Quello che vuole se lo prende. E basta.

Evergreen, dicono quelli di Blob.

“Grazie, ma… E’ come pisciare dal culo, no… Sono solo… Io che parlo delle cose che m’infastidiscono o che m’invento, e le scrivo.”

La tua ultima ossessione?

“Che la gente mi veda diventare sempre più scemo. Cioè, abbiamo tutte queste fantastiche tecnologie e i computer sono ormai diventati la controfigura delle seghe. Internet doveva liberarci, democratizzarci, ma… Ma tutto quello che ci ha dato realmente è la campagna presidenziale fallita di Howard Dean e pornopedofili 24 ore su 24. Le persone non scrivono più, bloggano. Non parlano, chattano. La punteggiatura è inesistente quanto la grammatica: lol, xk, cmq. Mi sembrano solamente un branco di persone stupide che cerca di pseudocomunicare con altre persone stupide in una protolingua molto simile a quella usata dai cavernicoli più che all’inglese che conosciamo.”

Dunque sei parte del problema. Blogghi per la maggior parte di loro.

“E da qui il disprezzo per me stesso.”

Hank Moody (Californication s01e05)

E se c’ero, dormivo.

Ricordo la morte di Cobain.
Ricordo anche che non avevo la minima idea di chi fosse.
Non ricordo la vittoria di Silvio.
Ricordo la delusione di mio padre.
Ricordo anche che all’epoca credevo che fosse finiano - il che dimostrerebbe quanto poco conoscessi mio padre.
Ricordo l’Expo di Siviglia, tanto pubblicizzata, e, allora come adesso, non mi è ancora chiaro cosa si faccia ad un’Expo.
Ricordo che ero in terza media e che credevo che il mondo fosse l’insostituibile triangolo scuola-casa-chiesa, non so bene in che ordine.
Ricordo l’unica volta che feci a botte in vita mia, per una ragazza, anzi, per difendere l’onore di una ragazza, anzi, per difendere l’onore di una stronza che non se la faceva nemmeno con me.
Ricordo i ragazzi più grandi che s’illudevano (e m’illudevano) di aver capito tutto dalla vita.
Ricordo la prof d’italiano che si metteva tonnellate di rossetto che finivano puntualmente sui suoi denti, delineando una striscia rossa che distoglieva noi studenti dalla lezione per guardarla pieni di disgusto (ma non se ne rende conto?).
Ricordo la prof di alternativa che si grattava il pacco.
Ricordo il desiderio di riscossa.
Ricordo l’idea che “la vita mia deve darmi un po’ di più”.
Ricordo Jessica Fletcher.
Ricordo le lunghe pedalate su una mountain bike troppo grande.
Ricordo il tossico, armato di cric, che voleva fregarmela e che continuava a ripetere che sotto il sedile c’era il numero del suo telaio.
Ricordo le paranoie sul bacino troppo grande (”le donne - aveva detto la prof d’inglese - hanno il bacino più grande degli uomini”).
Ricordo le promesse di essere amici per sempre.
Ricordo le promesse infrante.
Ricordo i lunghi sabati pomeriggio in centro.
Ricordo Brandon, ché anche se non seguivi dovevi sapere chi fosse.
Ricordo una maglia con Jake e Jo.
Ricordo il fanclub I hate Brenda.
Ricordo le tette della Fiorella che si svilupparono dalla sera alla mattina e la voglia che venisse chiamata spesso alla lavagna.
Ricordo i dischi della Pausini.
Ricordo Seimandi. E i pullover di Bersani.
Ricordo il primo sole primaverile.

Di politica e di (buona) musica sapevo ben poco.

La domenica di Pasqua è andato in onda su Raitre un documentario dal titolo “Primo giorno di Dio” di Gualtiero Peirce. Nel film, vengono riprese alcune lezioni tenute all’interno di tre classi elementari confessionali (una cattolica, una ebrea e una islamica), mentre vengono insegnati i temi fondanti la propria religione. A dire il vero, le maestre svolgono un lavoro piuttosto “facile”, considerando che i bambini sono sufficientemente svegli da non aver bisogno di particolari insegnamenti per apprendere qualcosa che evidentemente già conoscono. I bambini sono svegli, fanno domande da svegli ed osservazioni sorprendentemente argute (digiuno perché voglio andare in Paradiso, Gesù e Dio sono uguali). I bambini sono teneri da vedere (la bambina bionda che chiede timidamente alla maestra di rifarle il codino è dolcissima) e il documentario è ben girato, però.

Però mi chiedevo quale fosse lo scopo del documentario; perché, se il fine era quello di mostrare l’integrazione interreligiosa nella scuola elementare italiana a metà del 2008 (suggerita dall’immagine finale di tre bambini di fedi diverse che giocano allegramente insieme), mi sembra che sia sbagliata l’impostazione iniziale del documentario stesso. Tre classi distinte, per quanto affrontino tematiche simili, rimangono sempre tre unità diverse, all’interno delle quali è giocoforza non sia possibile un confronto con “l’altro” e se si vuole favorire l’accettazione della diversità (religiosa, in questo caso) è necessario ascoltare diversi punti di vista e, soprattutto, è necessario che ciò avvenga fin dalla tenera età. Mostrare l’integrazione significa entrare in una classe di una scuola pubblica ed assistere ad una lezione alla quale partecipano bambini di fede cristiana e ebraica e musulmana, durante la quale si confrontano sui propri usi e costumi.

Altra cosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso è la scelta dei genitori d’iscrivere i propri figli in una scuola esclusivamente confessionale, scelta che va nella direzione opposta all’integrazione, a mio avviso e, soprattutto, è una carognata nei confronti dei figli. I bambini conoscono letteralmente a memoria alcuni passi dei Testi Sacri e sono abituati a considerare gli episodi loro narrati come se fossero delle verità storiche. Mi chiedevo: ma questo non facilita lo sviluppo di un integralismo che impedisce l’esercizio di considerare il mondo come culla di realtà diverse? Se fin da piccoli vengono impartite certe credenze come realtà assolute, come sarà possibile sviluppare una propria coscienza con annessa analisi critica?

Ovvero: oddio, a fine marzo scade tutto.

Ore 14.58, arrivo all’Esselunga. Spesa composta da un pacco di caffè Kimbo in offerta (perché all’Esselunga puoi comprare solo i prodotti in offerta, a meno che tu non ti chiami Rockefeller) e da una confezione da quattro di Ferrero Rocher (buonissimi). Il tutto con l’unico scopo di ottenere uno scontrino col saldo punti che sono in scadenza. 863. Ah, però. La gentilissima commessa adetta alla prenotazione regali, che aveva tanta voglia di lavorare il sabato pomeriggio quanta quella di farsi investire da un tir, mi ha informato - sempre gentilmente, s’intende - che “no, oggi è solo l’ultimo giorno utile per prenotare i regali della collezione 2007-08″ e “sì, i punti di quest’anno possono essere utilizzati anche l’anno prossimo”. Bene, all’anno prossimo, allora, a meno che il tuo contratto a tempo determinato non finisca prima, con mio sommo dispiacere.

Ore 15.35, arrivo all’E.leclerc. Spesa un po’ più ricca (tre chili di pasta) e ben 2683 punti, quantificabili con due insalatiere di vetro che più brutte non si può. “Scusi, signora, non ho ben capito perché ci sono due cartelli: uno dice che la raccolta termina il 24 aprile, l’altra il 17 maggio. Scelgo io la scadenza, in base alle mie esigenze?” “No, guardi, la raccolta termina il 24 aprile, la prenotazione dei regali il 17 maggio; però, se lei prenota dal 31 marzo al 17 aprile, ha diritto a 200 punti extra”. Ah, però. “Bene, ho capito. Mi può lasciare un catalogo, così me lo guardo con comodo a casa?” “Certo. Eccolo, sono 50 cent” “Come dice? Credo che le sinapsi del mio cervello abbiano scioperato negli ultimi trenta secondi, ha devvero detto che debbo pagare per qualcosa che, fino a poche settimane fa, era gratis?” “Se vuole, può visionare gratis una copia del nostro catalogo qui a fianco. Si metta pure in fila”.

Ore 16.10, dal cruscotto della macchina spuntano misteriosamente tre buoni sconti del Conad. Scadenza: oggi (ieri, ndr).

Ore 16.45, arrivo al Conad. Tre acquisti col 30% di sconto: buste per la gatta, pile per il lettore e crackers. “Scusi, non è che mi darebbe un catalogo dei premi?” “Guardi, li abbiamo finiti, ma torni la prossima settimana ché ci arrivano.” Ah, però.

Lunedì scade lo sconto della Coop. Ah, però.